Atrax robustus Pt. 16

scritto da Nigthafter
Scritto Ieri • Pubblicato 17 ore fa • Revisionato 17 ore fa
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- Luigi, da amico e da veterinario ti dico: la cosa più umana, per Leo adesso, è lasciarlo andare. Possiamo farlo in modo dolce, senza che senta niente. Tu puoi stare con lui fino all’ultimo, se vuoi.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Atrax robustus Pt. 16
di Nigthafter

Atrax robustus Pt. 16


Luigi trascorse una pessima notte, stremato dalle vicissitudini della giornata, riuscì a chiudere occhio solo a brevi tratti.
Sobbalzava nel sonno svegliandosi con l'ansia, guardando intontito l'ora, si accorgeva d'aver dormito solo una decina di minuti, la notte pareva eterna.
Tornando a casa aveva ripensato alla gravità della sua disattenzione, l'aver perso d'occhio Leo sull'aiuola spartitraffico era stato imperdonabile.
Inoltre il ritardo nel condurlo dal veterinario dovuto all'incidente d'auto che aveva causato, aveva fatto il resto.
La prognosi pronunciata dal Dott. Alberti non era stata incoraggiante, se Leo non fosse morto la colpa era solo sua, il rimorso lo divorava.
Al primo bagliore filtrato dalle tende della camera, era balzato dal letto, aveva fatto una doccia veloce e si era vestito senza sbarbarsi.
Preso un taxi, alle sette del mattino varcava la soglia della Clinica. 
- Come sta Leo? - aveva chiesto al veterinario del turno notturno. 
- Comprendo la sua preoccupazione Avvocato… il quadro clinico è ancora molto serio. Sono stato di turno stanotte, io l'ho solo monitorato. Il Dott. Alberti ha seguito il caso fin dall’inizio e preferisco che sia lui, con conoscenza dei fatti, a parlarle. Arriverà alle otto e mezza al più tardi. Vuole un caffè nel frattempo?
Luigi lo accettò, qualcosa di caldo nello stomaco gli avrebbe giovato nell'attesa.
Seduto su una panca della sala d’aspetto, per distrarre la mente si tuffò nella lettura d’un opuscolo preso da un dispenser.
Reclamizzava, con illustrazioni e tabelle, la bontà di quel prodotto nell’alimentazione del cane, in realtà non lesse una parola mentre lo sfogliava. Il Dott. Alberti giunse con qualche minuto d’anticipo.
Gli schizzò incontro stringendogli la mano: negli occhi la muta richiesta di sapere.
- Pazienta un attimo – rispose il medico – dammi il tempo di vedere la cartella sulle terapie di questa notte.
Luigi tornò a sedersi. Sentiva l’elettricità corrergli sotto la pelle.

Trascorsero una ventina di minuti che gli parvero i più lunghi della sua esistenza, quando Alberti ricomparve con la cartella in mano.
Gli parlò con voce bassa, stanca, ma ferma: - Luigi, vieni un attimo dentro, per favore. - indicandogli il proprio studio
Luigi lo seguì con nuova apprensione, il tono del medico non gli parve rassicurante.
Il dottore chiuse la porta poi prese posto alla propria scrivania, lui sedette di fronte senza attendere l’invito.
Alberti posata la cartella lo guardò negli occhi.
- Ho rivisto la situazione di stanotte. Gli esami, i valori, la risposta alle terapie… purtroppo non c’è stato nessun miglioramento. Anzi, Leo è peggiorato nelle ultime ore.
Luigi deglutì, dovette unire le mani posate in grembo per contenerne il tremito.
Il medico continuò: - Il paraflu ha fatto danni irreversibili. Il fegato è in necrosi avanzata, i reni stanno cedendo, - tirò un sospiro - e anche con il massimo supporto – nonostante l'impiego di fluidi, antiemetici, protettori epatici, ossigeno – non riusciamo più a stabilizzarlo. La pressione è bassissima, non risponde agli stimoli, e sta andando in acidosi metabolica grave. In sostanza… il suo organismo non ce la fa più.
Luigi con voce rotta, quasi in un sussurro: - Ma… c’è qualcosa che possiamo ancora provare? Un’altra terapia, un intervento… qualsiasi cosa?
Alberti mestamente scosse la testa : - No, Luigi. Non c’è più niente di efficace. Abbiamo provato tutto ciò che era possibile in un caso arrivato così tardi. Continuare a tenerlo in terapia intensiva, sarebbe solo prolungare artificialmente la sua esistenza. Leo non è più cosciente, soffre, e noi non riusciamo a combattere il dolore in modo adeguato.
Luigi guardava le proprie mani, il pavimento, la parete alle spalle di Alberti coperta di foto d’animali che la clinica aveva curato e in molti casi salvato.
Avrebbe solo desiderato di non essere lì in quel momento, d’essere lontano migliaia di chilometri per sfuggire a quella realtà e a sé stesso.
- Quanto… quanto gli resta? - chiese in un soffio, stringendo le mascelle nella lotta alle stille che gli offuscavano lo sguardo.
- Ore, forse meno. Potrebbe andare in arresto cardiaco da un momento all’altro, oppure entrare in coma profondo. Ma in entrambi i casi sarà una fine lenta e dolorosa. - sentenziò amaramente Alberti.
- Io… non voglio che soffra inutilmente. - obiettò lui, passandosi rapido le mani sul volto rigato di lacrime.
- Luigi, da amico e da veterinario ti dico: la cosa più umana, per Leo adesso, è lasciarlo andare. Possiamo farlo in modo dolce, senza che senta niente. Tu puoi stare con lui fino all’ultimo, se vuoi. È una decisione difficile, ma è l’unico modo per risparmiargli altra sofferenza.
Luigi con voce che si incrinava, mordendosi le labbra: - Io… non riesco… è colpa mia. Se solo fossi arrivato prima…
Alberti lo interruppe con tono calmo e rincuorante: - Dai. Non serve rivangare ciò che non si può cambiare. Leo ha bisogno che tu sia forte per lui adesso. Vuoi che lo prepariamo? O hai bisogno di qualche minuto da solo?
Luigi annuì lentamente, le lacrime iniziarono a scorrere libere.
Alberti si alzò e gli posò la mano sulla spalla, in un gesto solidale.
- Ti lascio con lui nella sala di terapia intensiva. Quando sei pronto dimmelo. Non c’è fretta…

Un’ora dopo Luigi uscì dalla Clinica Veterinaria, il sole era già alto, l’aria autunnale era fresca e impregnata di gas di scarico, il traffico sul corso Traiano in direzione e provenienza dalla radiale per Moncalieri era intenso.
Si sentiva svuotato, con la testa che ronzava, disorientato come vedesse quella strada per la prima volta.
In un gesto automatico cercò nella tasca della giacca il pacchetto di sigarette.
Quando l’ebbe in mano restò per qualche attimo ad osservarlo, focalizzandolo come un oggetto sconosciuto.
Poi ne trasse una sigaretta, e l’accese.
Tossì alla prima boccata come un adolescente che fuma la prima volta.
Realizzò in quel momento che non aveva portato alle labbra una cicca nelle ultime ventiquattro ore.

(Continua)

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